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The “Filò”

“ È il « filò » una fra le più tenaci tradizioni paesane nostre. Quando arriva l’inverno, le famiglie trascorrono le serate nelle stalle ove il calore è maggiore; siedono in un canto alla luce di una lampada a petrolio o di un lume a olio, le vecchie e le donne sposate, a filare (da ciò il nome « filò ») o a cucire. Mentre lavorano esse alternano la recitazione del rosario allo scambio di pettegolezzi sul conto delle comari, tanto che è di uso comune la frase far filò per dire « far chiacchiere e pettegolezzi ».

Gli uomini preparano attrezzi per il lavoro dei campi: intrecciano vimini e giunchi a costruire gerle e cesti o i grandi cestoni a maglia larghissima (le « brinzie ») per il trasporto del fieno dalla montagna e dello strame dai boschi, intagliano con spontanea grazia astucci per le coti e supporti per falci e foderi per coltelli e gioghi per buoi. Si scambiano pronostici e commenti sull’andamento della stagione, controllando se le previsioni metereologiche dell’ « infalibile lunario de Bepo Gobo da Casier », lo « Schieson Trevisan », che non manca in nessuna cucina e in nessuna stalla, si sieno o meno realizzate; stabiliscono il piano di lavoro per la primavera, designando gli apprezzamenti da dissodare, le vacche da vendere, gli innesti da eseguire.
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Talvolta i vecchi raccontano, nei lunghi « filò » di dicembre, leggende e storie, mescolando le une alle altre in modo che nè essi nè gli uditori san più discernere il vero dal falso.” .

“ E’ un pezzo esemplare nella sua condanna del fjò come nel delineare i tratti della preziosa fémena da bon e da fòra, la donna brava in casa e nei lavori dei campi: animale docile, muto, affezionato alla casa. A completare la scena del fjò val bene riportare qualche brano da: «Il filò, ossia la veglia villereccia» scritta nella parlata bellunese da Giuseppe Coraulo, così da valutare, da altri punti di vista, le attività che si svolgevano. Da notare che in queste fonti scritte rivolte ai contadini l’intento pedagogico è sempre scoperto, in bene e in male. Nel poemetto di Coraulo — o Barba Sep dal Piai, com’era chiamato — c’è tutta una serie di consigli e considerazioni intorno alle concimazioni e in merito all’introduzione dell’allevamento dei bachi da seta. Ciascun argomento è messo in bocca a personaggi del filò, mostrando in tal modo ancora una volta la sua funzione di «scuola». Ma vediamo come avveniva la frequentazione stando ai versi del poeta settecentesco bellunese:

1.  L’e ’n gran piaser sonant el canachion
Andar par sti Filò con carche tos,
Tirarse in prin de fora del lubion,
È trinchegnant cantar a tuta os,
È na scarsela aèr piena de pon,
È l’atra de possegn, castegne, è nos,
Par despensar a quei del parentà,
Chè a la morosa mai no se ghen dà.
   
17.  An bel cercol dintor a na lumeta
Tacada a ’n vidison femene è tose
Le forma, è tute co la so rocheta
Le fila a pi poder, è sot a ose
Le parla del tosat, dela vacheta,
Né par crianza mai la zanza in crose;
In cao de mendechè le mostra ’l fus,
È cossì dis chi stiza su la lus:
   
18.  Oh, l’era ben a dir, che na fortuna
Compida no ne aèa mai da tocàr!
Se vivea l’ôn salvarech n’altra luna
A vedre no avission pi da stentar;
Tre cosse al n’ha insegnà, manchea sol una,
Ont, formai e puìna savon far,
Si, sialafè! la dit, che se ’l vivea
Dal scolo a cavar ogio al ne insegnea!
(...)
   
249.  Chi ten badil, chi peta ten scalin,
Chi se dà na spanzada, è chi va in tera;
Intan arìt quel ch’e andat fora prin,
Che ’l par giusto che i faze na gran guera,
O che i sìe chiochi senza bere vin;
E’ qua a tuti se dà la bona sera:
Cossì finìs la gran Conversazion,
E’ se va via sonant al canachion.

1. E’ un gran piacere suonando la chitarra / andare nei Filò con altri ragazzi / uscir fuori dal portico / e sbevucchiando cantare a piena voce / e avere una tasca piena di mele / e l’altra di frutta secca, castagne, e noci / da dispensare a tutto il parentado / chè alla morosa mai non se ne dà.// 17. Un bel cerchio attorno a un lumicino / attaccato a un gancio donne e ragazze / formano, e tutte con la loro rocca / filano a più non posso, e sottovoce / parlano del giovanotto, della vaccherella / e per buona educazione mai si incrociano ogni tanto qualcuna alza il fuso / e così parla chi attizza la fiamma della discussione: // 18. Oh, c’era ben da saperlo, che una fortuna / compiuta non ci doveva mai capitare! / Se fosse vissuto l’uomo selvatico ancora un mese / per vederci non avremmo più stentato; / tre cose ci ha insegnato, solo una mancava / burro, formaggio e ricotta sappiamo fare / si, in fede!, ha detto che se viveva / dal siero a trarre olio ci avrebbe insegnato! (...) // 249. Chi su un badile, chi su un gradino inciampa / chi dà una spanciata, e chi va a finire per terra; / mentre ride quello che è uscito per primo / e sembra proprio che facciamo gran guerra / o che siano brilli senza bere vino; / e questo punto ci si dà la buona sera: / così ha termine la grande Conversazione / e si va via suonando la chitarra. .

 

Le “Fole” da Filò: credenze popolari venete di esseri fantastici
da Bonìn Bonàno di Daniele Marcuglia

“A filò...[vengono] raccontate molte storie, in parte realtà, in parte verosimili ma in buona parte leggende, o meglio “fòle”, che si tramandavano di generazione in generazione e che costituivano il repertorio dei “contafòle”, i quali le divulgavano a grandi e piccoli nei vari filò sparsi per la campagna.

Ho pensato, tra le molteplici storie di cui si ha testimonianza, di approfondire un filone particolare, quello degli esseri fantastici, personaggi i quali fino a pochi anni fa molti giuravano di avere visto vagare per i campi e i boschi del Veneto, e qualche testimone pronto a scommettere della loro esistenza − chi scrive può vantare testimonianza diretta − esiste ancora.

El Massariòl o Mazaròl

El Massariòl detto a seconda delle zone anche Mazaròl, Massariòlo o Salvanèl, è forse l’essere fantastico più diffuso nella tradizione popolare veneta. E’ comunemente raffigurato di bassa statura, tutto vestito di rosso, col berretto a punta e sbuca all’improvviso davanti agli uomini facendo degli scherzi, soprattutto quello di far perdere la strada alle persone.
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El Massariòl non ha fissa dimora ma lo si trova spesso in mezzo ai boschi, vicino ai torrenti. Quando appare bisogna stare attenti a non pestare le sue tracce altrimenti si resterebbe smarriti; in qual caso per ritrovare la strada bisogna mettersi qualcosa al rovescio, come la camicia o le scarpe. El Massariòl è comunque servizievole verso gli uomini, dato che ha insegnato a fare el butìro e la puìna (burro e ricotta), ma non vuole niente in cambio del suo servizio altrimenti non ritorna più. Un suo scherzo tipico è poi quello di andare di notte nelle stalle, soprattutto il sabato notte, e legare tra di loro le code dei cavalli che riposano; il contadino che di mattina vede questo non può slegarli sennò le bestie morirebbero ed è costretto a chiamare un prete perché intervenga con una benedizione.

Gli spiriti dei morti: La Lumèria e el Basilìsco

Vi sono nella tradizione orale veneta alcune figure che richiamano il mondo dei morti. Una di queste è la lumèria, o umèria, che rappresenta un’anima vagante del Purgatorio e che si vede di notte e che tenta di catturare gli uomini che rientrano a casa tardi.

Un essere fantastico e terribile è invece el Basilìsco, che rappresenta anime dei defunti trasformate in una specie di drago, con il corpo di biscia corta e grossa, la coda arricciata e la cresta da gallo. Tutte le sue descrizioni dicono che l’animale ha uno sguardo magico che incanta chi lo vede e che con il suo fiato stregato sputa in faccia al malcapitato facendolo poco morire.

Le strìghe, la vècia, la Befana

 La vècia è una creatura vecchia e malvagia, che piscia per la strada oppure taglia le gambe ai bambini che non vogliono andare a letto. La Befana, pur essendo raffigurata come la vècia o le strìghe in genere, è invece ricordata per essere benevola dato che porta il 6 gennaio i doni a tutti i bambini. Quella delle strìghe oppure strìghi era una credenza molto diffusa nelle nostre terre, come ci conferma questa testimonianza raccolta a Mirano (VE) da Gianna Marcato:

“Ghe gera la credenza dei strighi. Oh par carità! Quando che i sonava, a l’ave maria, tuti scapàvimo, parché gavémio paura dei sete spiriti maligni. Eh, tuti ghe credévimo! A quei tempi se credeva più ai strighi che a Dio, el 95 per cento ghe credeva a Dio, el 99 per cento più ai strighi... Chi vedeva l’orco, chi ‘e fate, el drago, el martorèo, el massariòeo... tuto ga finio nel 1914. Forse quatro ani de guera i ga butà via i strighi.”

L’Om salvarech

L’om salvarèch è un “personaggio” diffuso nel bellunese ed è una creatura tutta vestita di verde che vive nei boschi. Esso aiuta i pastori in difficoltà, come il Massariòl insegna loro a fare burro, ricotta e formaggio ed infatti in alcuni villaggi bellunesi come a Rivamonte Agordino si svolge la festa dell’Om Salvarèch per ringraziarlo della pulitura del latte.

Ecco come in una breve ricostruzione per i bambini viene raccontata oggi la storia dell’Om Salvarèch:

Te i bosc intorno a Belun vive al “om salvarèch”. Tuti quei che lo a vist i dis che al è sempre vestì de vert e che al pol far tante strigarie, parfin che al pol diventar invisibile.

Na olta al è ‘ndat in giro par le malghe del Alpago e al ghe à insegnà ai malgher a fàr al botìro, al formài e la puina. I dis che ‘l abie un segréto par far gnér fòra òio dal scòlo ma nol òl insegnarghélo a nesùni parché i òmi i è màssa cativi.

Anca al dì de ‘ncoi a Rivamonte i festegia al “om salvarèch” tuti i ani par dirghe grazie che ‘l ghe a insegnà a doperar al colìn par netar al lat parché fin prima i lo netèa co le man. Podòn anca dir che al’ “om salvàrech” ghe piàse le fémene anca se al le trata in te na maniera balorda parche lu, che al è vestì tut de rame de bredol, al cava via an bachét e al le sbachetéa do par la schena.

“Nei boschi intorno a Belluno vive l’”Uomo Selvatico”. Tutti quelli che lo hanno visto dicono che è sempre vestito di verde e che può fare tante stregonerie, addirittura che può diventare invisibile. Una volta si è aggirato per le malghe dell’Alpago e ha insegnato ai pastori a fare il burro, il formaggio e la ricotta. Dicono che abbia un segreto per fare uscire olio dallo scolo (del formaggio) ma non vuole insegnarlo a nessuno perché gli uomini sono troppo cattivi. Anche oggi a Rivamonte (Agordino) si festeggia l’”Uomo Selvatico” tutti gli anni per ringraziarlo che ha insegnato ad usare il colino per pulire il latte perché una volta lo pulivano con le mani. Possiamo anche dire che all’”Uomo Selvatico” piacciono le donne anche se le tratta in maniera un po’ strana perché lui, che è vestito completamente di rame di betulla, si toglie un bastone e le batte giù per la schiena.” .

 

A. e R. DOLCE, Tradizioni popolari della Marca Trevigiana, Vittorio Veneto, 2004, p. 55-57.

U. BERNARDI, Abecedario dei villani. Un universo contadino veneto, Carità di Villorba, Treviso, 2001, p. 211-214.

D. MARCUGLIA, Bonìn Bonàno. Viaggio fra le tradizioni popolari venete, Treviso, 2005, p. 131-137.

 

          
   


 
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