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Panevin

“Il pan e vin è oggigiorno, assieme a quello della vecia cuca, il rito di fuoco più conservato del Veneto; tutti comunque paiono eredi degli antichi fuochi celtici propiziatori della nuova stagione verosimilmente dislocati lungo il tempo dell’anno e fermatisi in coincidenza delle vigilie di festa cristiane più sentite.” .

“ Il giorno 5 di gennaio, vigilia dell’Epifanìa, all’imbrunire, [nella] zona contadina che corre da Friuli alle terre piane del Veneto Orientale, si accendono a migliaia i roghi del Panevìn. Le fiamme sono ora alimentate dai residui dei prodotti agricoli che costituiscono gran parte delle colture locali: canne del mais e sarmenti provenienti dalla potatura delle viti (a questi materiali originari, oggi, nella più completa desacralizzazione che porta a soffermarsi sugli aspetti esteriori del rito — la durata del fuoco, l’altezza della pila — si aggiungono magari le gomme d’auto scartate dall’uso, secondo un nuovo folklore industriale). Sopra il cumulo dei materiali combustibili viene posto il fantoccio di una vecchia befana, ‘a maràntega.
....
Le strofette ritmate come una salmodìa invocano un avvenire prospero per tutti. Cantarle si dice: ciàmar el Panevìn, chiamare, sollecitare, parlare al fuoco e agli altri, da vessìn e da lontàn, i presenti e coloro che la diaspora contadina ha seminato per le città industriali, a Milano, a Torino, o magari in Svizzera, in Francia, in Argentina, in Austriala, in Canada.

Che Dio ne dae la sanità e / Panevìn;
El Panevìn / la pìnsa sul larìn / i fasiòi pa’ i pòri fjòi / ’e patate pa’e femenàte;
El Panevìn / la vècia sul larìn / ’a magna i pomi còti / ’a ne assa i rosegòti!;
El Panevìn / ’e bisatèe! / che ’e panòce vègne bèe / da lontan e da vessìn / e Panevìn!;
Puenta e figadèi pa’i nostri tosatèi / e Panevìn!;
El Panevìn! / ’a massèra sua panèra / el parón sul caregón / el putìn sul so letìn / e Panevìn!.

Che Dio ci dia la salute e / Panevin (non a caso il nome del rogo è prodotto dall’unione dei termini pane e vino);
Il Panevin! / la pìnsa sul focolare / i fagioli per i poveri ragazzi / le patate per le donnacce...
Il Panevin! / la vecchia sul focolare / mangia le mele cotte / e ci lascia i torsoli!;
Il Panevin! / e anguillette! / che le pannocchie vengano belle / da lontano e da vicino / e Panevin!;
Polenta e salsicce di fegato per i nostri bambini! / e Panevin!;
Il Panevin! / la massaia a fare il pane / il padrone di casa sul seggiolone vicino al fuoco / l’infante nella sua culla / e Panevin!” .

“ Nella giornata del 5 gennaio [prima del Panevin] i ragazzi preparano roghi di sarmenti e canne di granturco sulle aie delle case, ai crocicchi delle strade, in aperta campagna, sulle colline: poco dopo il tramonto i falò vengono accesi, mentre tutti i familiari si dispongono attorno, illuminati dai riverberi delle fiamme, a spiare la direzione verso cui piega il fumo che, illuminato dal fuoco, brilla di innumerevoli faville. Entrano nelle case, coll’odore acre del fumo, i canti dei bambini « pan e vin pan e vin », simili a invocazioni religiose,

“ Dio ne daga sanità e pan e vin,
pan e vin soto le stele
che le biave vegna bele ”  

fanno eco le donne.

“ Tanta uva e pan e vin
da lontan e da vizin “

rispondono gli uomini; e i bambini :

Pan e vin ! Pan e vin !
La pinza sotto el larin,
La luganega su par el camin,
La massera in te la panera,
El servitor nel canevon
che me beve quel poco de vin bon
Pan e vin ! Pan e vin !

I vecchi poi traggono l’auspicio, mentre i ragazzi li guardano muti e un senso di superstiziosa paura invade le loro piccole anime se il nonno annuncia che,

col fumo che va a mattina
tol su el saco e va a farina

mentre invece piena sicurezza e fiducia li anima, e con loro famiglia quando,

fumo che va a sera
polenta pien calièra  

Scoccata la mezzanotte, quando tutti sono a letto il « boer » (l’uomo addetto al governo degli animali), si alza, dà il fieno alle sue bestie, e, ritornato nel luogo dove venne accesso il falò « Panevin », attizza il fuoco con altra paglia e si mette a gridare a squarciagola :

“ Cargo mantien, cargo mantien,
Fitto e semenza par st’ ano che vien ! ”

Al mattino il padrone di casa deve portare l’acquavite a quello che nella notte ha ripetuto l’augurio.” .

 

I riti di fuoco

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“Col fuoco si vuole...richiamare il calore-vita da dentro il tempo del freddo (meditativo periodo permeato di ancestrale timore); riti di fuoco sembrano anche coincidenti con la monticazione delle bestie come pure l’usanza di lanciare dalla sommità di monti e colli le zirèle o zidèle, piccole ruote di legno spalmato di resina, cui si dava fuoco.
....
La scelta del posto coincide col campo più produttivo e comodo (rito arcaico imitativo di abbondanza); esso deve poi essere in posizione elevata, prossima cioè al cielo, al divino. I pali di supporto attorno ai quali vengono accatastate le fascine e gli sterpi sono normalmente tre (come i Re Magi), legati tra di loro e di taglio fresco cioè vivi (auspicio pagano di vitalità); il falò viene edificato dai più giovani e dai bambini (il nuovo che caccia l’esausto, la vita che sconfigge la morte); il fuoco deve essere generato con pietre focaie (proprio come quello sacro della liturgia cristiana nella Settimana Santa) e il compito dell’accensione è demandato al più anziano capofamiglia, all’Autorità patriacale.

Quando le fiamme sono alte i veci traggano gli auguri, gli auspici per la novella annata: guardano le fulische, le faville (fuive, buize) ed osservano il fumo nella sua direzione e densità. Se questo torna in basso se ne fanno investire poiché ciò è considerato beneaugurante.

Tracce di questo rituale rimane nei proverbi

se l fun và verso sera
inpienisi la calgera;
se l fun al và a matina,
ciol su l sac e và a farina.

falive invers matina:
polenta pochetina (molesina);
falive verso sera:
polenta te la caliera;
falive a medodì:
polenta tra volte al dì;
fun a la basa:
polenta pien la casa!  

fun a la not: poc e poc cot;
fun a la dì: pan mi e pan ti;
fun par tera: no basta la caliera.

Quando il fuoco è esausto e la bubarata l é finida, gli astanti tolgono dal suo letto alcune braci o bronze con le quali vanno ad attizzare il fuoco domestico che viene quindi considerato sacro ed usato in modo analogo a quello pasquale. Così pure i giovani cercano di saltare al di la delle ceneri ancora calde quasi a testimoniare la loro capacità di superare i futuri ostacoli esistenziali. (Qualche testimonianza ricorda addirittura tentativi di transito sui carboni ardenti avente il medesimo scopo propiziatore).

Al termine i contadini vanno a battere le piante incinerandole e cantando frasi augurali come carga e mantien pa st ano che vien (carica e mantieni per l’anno venturo) o simili.” .

 

La pinza

“Tra le ceneri del pan e vin o tra le sue derivative nei camini domestici, si cuociono le pinze: delle polentine prevalentemente dolci guarnite con noci, mandorle, fichi, pinoli, uvetta passa o miste, anche salate, con ciccioli o sfrizighe e condimenti vari. Si fa la torta migliore in ragione delle disponibilità dovendo essa rappresentare il futuro. L’abbondanza era invocata attraverso la presenza del maggior numero di ingredienti possibili prevalendo questo concetto sulla appetibilità del cibo. Per questo il modo di dire “l é na pinza” ha il senso lato di persona o fatto poco.. digeribile o “i à fat tuta na pinza” significa “hanno fatto confusione, hanno messo un po’ di tutto”; “far na pinza” vuol dire anche cadere nel senso di impaccarsi a terra (Si riportano in prima nota le ricette di due pinze annoverabili tra i dolci tipici veneti).” .

 

G. SECCO, Da Nadal a Pasquéta. Cante a l Signor Vol. I, Belluno, 1986, pag. 59.

U. BERNARDI, Abecedario dei villani. Un universo contadino veneto, Carità di Villorba, Treviso, 2001, p. 311-312.

A. e R. DOLCE, Tradizioni popolari della Marca Trevigiana, Vittorio Veneto, 2004, p. 34-35.

G. SECCO, Da Nadal a Pasquéta, cit., p. 61-62.

Ibidem.

 

          
   


 
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